primavera nell'inverno. che l'odore più è nitido più mi fa tornare in mente cose e mi confonde, ma anche che più nelle cose mi ci trovo meno quelle che vedo mi travolgono. stare all'aria aperta fa svegli. tocca solo smettere di lavorare e andarsene a spasso ora. ma tu la fai facile, clarino!
sotto la doccia mi scopro a sollevare il piede a pelo d'acqua, nel tentativo di dare il tempo allo scarico di portarsi via quantomeno il grosso. lo fa a suo ritmo ed oltre l'universalmente riconosciuta soglia dell'accettabile per essere competitivo. per inusitata distrazione, mi slego dal mio equilibrio e la gravità mi riporta fin sopra la caviglia a mollo senza allarme.
penso che la mia vita sia simile a quello che sta succedendo qui: uno sforzo metodico e ripetuto nel tempo, fatica sottile inconscia e impercettibile, per trovare un centro in posizione gru e saltar via dalla pozza di schiuma a ciuffi e acqua grigiastra, che va via via schiarendosi e viene mandata giù a minuscoli sorsetti. trasalire e scoprirsi nel mezzo del curioso rituale, col suono di un tram all'attenzione.
ferma e accesa, perché in balia di un problematico svincolo dove si parcheggia sempre a ridosso delle sue rotaie, la macchina mi sembra un animale docile, mansueto, che riproduce una versione stantuffata e sferragliante del suono che fa il diaframma di un piccione mentre questo cammina. provo empatia e lo sento esausto e immobile, percepisco lo sconforto dell'ennesima corsa interrotta. del senso del tempo che passa indefesso e ha un peso specifico praticamente impossibile da ignorare.
è notte e tutto risuona meglio, anche i motori delle auto in veloce transito sotto la finestra del primo piano, a intervalli col silenzio e il rumore d'altro in lontananza, quando arriva il camioncino ad aiutarlo e timida incomincia la manovra di cui saprei quasi a memoria recitare i passaggi.
non ho paura di tenere aperto e di riflettere, anche di riflettere sul buio perché da viva so che non c'è solo questo. ma so che questo c'è, anche, ed ha una sua profonda e radicata dignità.
in barba alla fuga del tempo e all'idea che questo debba sempre, per forza, farsi rincorrere.
alla gola al professore quando chiama
salto, per le cose che vuol dire e quanto ha detto
a furia di sentirmi io colpevole succede
comunque che alla fine le rifletto.
responsabile di ciò che mi riguarda, ciò soltanto
finisce che comunque mi rimetto
affanno in corsa siamo pari.
e patta. sbatte sul muro il muso
asciutto e ha sete da fare il baffo
al gatto al latte in fine dal bricco
senza monete è scacco. matto è
lo studio e disperatissimo,
senza correnti nuove; il tempo
le spinga via dalla mente.
senza che guardi altrove muove
il giorno verso la notte
e in raffica non ti pesa
se sei nel ciclone al centro dell'occhio
in vista di un cielo acceso
si guarda intorno ma di nascosto
e pensi al monte alto domani,
quando già a bordo dell'ovovia.
conta per quanto tempo ti braccano
e pure tutto quello che resta
quanto tempo ci impieghi
il sonno che riesci a portare
al punto di siesta in cui chiudere gli occhi
finché non c'è chiamata a svegliarsi;
affrontare tutto.
quanto ti si concede duri un lutto
quando passare oltre
quanto le cose cambiano
se le lasci sepolte
sotto la terra che è fertile sempre,
finché si tiene in vita.
Che cosa serve fare
tenere a mente ad oggi
se il tempo a filo d'aria o a sole in raggi fila via
e la memoria altro non è che un modo nuovo.
casca la terra
un mondo nuovo.
Come ti mostri conta
cosa nascondi meno
avere rispetto del posto altrui
tener riserve a freno
trovare il nuovo solo a cercarlo
e farsi coraggio, specie di notte
o stare in ascolto al brusio.
Sapere che cosa genera mostri
che terra tiene i suoi vermi vivi
come tu ti sentivi.
se lui è bravo lo sa.
ma non è una dimensione unica
e qui sta il bello:
bianca la tunica verde l'appello
di un prato a seccare nel mese che corre
e tiene le grida in basso
finché tutto si muove ancora.
mai successo di piangere guardando la vegetazione? ogni giorno in queste ferie mi sono avventurata in un posto diverso, sola soletta a bordo di un pandino ibrido (che pena la ripresa). tornare in salento dopo oltre due anni quando sai che lo lascerai ti fa raccogliere più aria dal naso, più sale dagli occhi, più terra rossa via unghie e se hai buon gusto in fatto di fiordi neanche un granello di sabbia. poi una delle ultime sere in cui resti la sola sia via terra sia via mare nel raggio di 900 mt, appollaiata su uno scoglio e tutta paonazza di vitamina D lui ti fa vedere questo e ti succede di piangere. Il bello è che per quanto gradevole possa risultare una fotografia, non è che una fotografia: un duplicato due dimensioni di qualcosa che io ho potuto pure annusare e niente potrà trasferire altrove. serve agire liberi per sentirsi liberi. chiudo citando Carpenter, quando un giornalista del Guardian gli chiese se gli mancassero i giorni di lavoro low budget durante le riprese di Halloween: “no, i don’t miss working. working is hard because you have to get up in the morning”
per i posti che abito
ciò di cui dubito
a far piovana nel secchio
da subito hai da cominciare
per avere vantaggio
saresti dovuto partire prima
riconoscere che sotto al mare c'è sabbia
che per quanti buoni sentimenti tu abbia
è tutto qua
ti da una mano a fare più attenzione
che sei vai a fondo a piedi scalzi a toccare
o in tuffo a pesce con le mani a puntare
il largo puoi
al massimo lasciare qualche conca
fa consapevoli
memoria storica
son stati tutti troppo svegli prima di te
guardie in vista su ogni versante
come si fa
a scappare
dimmi qual è la direzione, dove si va
se non si ha voglia di restare
dirigersi col muso dritto a orizzonte
non stare con le mani giunte aspettando nevichi
lasciare al posto suo il vizio del fumo
come l'abito della sposa che è bianco
così m'appare il volto tuo quando siedi a fianco a me
e aver paura è peggio che morire
pur consapevole
che è pioggia debole
se ho gocce grandi io apro bocca per prenderle
sia prima o poi, la neve fiocca
succederà domani
e non capisco se davvero è la mia città,
se non la tocco con le mani
uscirne incolume
direi impossibile
non serve muoversi con passo felpato
se il viaggio tuo è già cominciato da tempo ormai
e domani
è il grande giorno in cui tu lasci la tua città
e non rimani senza fiato
direi impossibile
viverlo a meno di così
ed è così che vivo meglio
marzo passa all'esterno
a carezzare i muri
col sole tiepido e la tramontana
il vento sulle guardie
soffia e gli rompe il muso
in un lamentio ottuso questi scalciano
finché la mamma viene e li rincuora
così s'apre il cancello
per tutti giunge l’ora di entrare
e di andar fuori per me rinchiuso
tuffare i piedi in acqua,
stare disteso a mollo così
con un fremito in bocca
il labbro si protende
la primavera scocca e la sorprende
ch’io già mi trovi pronto
e all’ultimo momento disponibile
l’acqua si faccia chiara e mostri il fondo
stoccafisso, dritto a candela sulla punta del monte, fermo stazionario, come stregato da un sortilegio. a guardar giù la rocca svela il lago e questo sotto la nebbia a lastra pare velluto; che sia imbronciato, quieto, in botta di brezza pulita, stanco dalla salita, resta qui
e dall'orizzonte le vette allineate fanno luce che nutre l'occhio, così pulita che tu lo strizzi e intanto cacci nei polmoni l'aria fredda. lontano il motoscafo sull'acqua in bonaccia - così solo quando non può subire correnti - sembra che vada piano e a cavallo tra due dimensioni, ma invero lontano non è. sei tu che sei in alto e altro da tutto e il tempo che scorre lento qui, ricade al colare a picco di vela se cala col sole il vento.
servizio recapito con neve. resti del mercato in via paravia e ichnusa incastonata nel ghiaccio a bordo strada
il viaggio è (di molto ristretto per poter esistere nero su bianco): immagine ironica di birra in bottiglia su cumulo di neve rappresa, che sembra messa al fresco con premura ma nel nulla in mezzo alla strada. neve come circostanza eccezionale che crea scompiglio. anno di scompiglio e circostanze eccezionali. luogo che è abituato a essere culla di scompiglio e che vive ordinariamente in “restrizioni” (il cosiddetto ade a ovest di viale murillo). casualità che agisce e crea mostri ma multicolore e sorprendenti. tipo l'immagine di una birra al fresco per strada abbandonata dopo una nevicata intensa che ai miei occhi durante un servizio recapito, nel mezzo della frenesia, appare come un simpatico scherzo e mi apre l'immagine dell'antropocene che si sparge come può per inerzia e senza che niente lo fermi. ‘sta sorta di agglomerato gelatinoso che ingloba terreno e si adatta alle condizioni di avversità diventando sempre più ingombrante. dunque il fatto che sia casuale ma nella mia mente si palesi come significante (seppure in una lettura ironica della realtà) perché siamo abituati a elaborare ciò che ci capita attorno secondo schemi comunque da noi costruiti, umani fino al buco del culo, mi fa volare-pindarica. gioca appunto un ruolo fondamentale anche il luogo in cui è avvenuto, come tutto fosse inscritto in un disegno irragionevolmente realistico in cui ci sono luoghi che per natura r-esistono e il loro modo di r-esistere è - tra le altre cose - generare impercettibili perle in giornate in cui non si ha tempo di far cadere il proprio sguardo negli angoli. olè